Come l’Associazione “Popoli in Arte” ha cercato di calare i principi e le pratiche dell’educazione popolare secondo la pedagogia di Paulo Freire nei contesti di lavoro dove si opera in Italia e, all’estero, soprattutto in Haiti?
Tra le parole chiave freiriane indichiamo:
Dialogo
Processo
Coscientizzazione
Trasformazione
Responsabilizzazione
Indichiamo queste parole non nell’ordine in cui si trovano nei testi fondativi della pedagogia di Freire ossia “La pedagogia degli Oppressi”, “La pedagogia dell’autonomia” e “La pedagogia della speranza”.
Li indichiamo nell’ordine in cui sono entrati in scena nella maggior parte degli impegni in cui siamo coinvolti.
Il dialogo che diremmo “laico” ci permette di parlare senza pregiudiziali con organizzazioni formali e istituzioni e con gruppi informali, con persone delle più disparate sensibilità culturali e politiche. Questo ci aiuta a capire più a fondo il punto di vista dell’altro; a volte, le domande maieutiche permettono di far emergere le intenzioni dell’altro, spesso autentiche, a volte capziose. Ma proprio il dialogo di tipo socratico aiuta l’emersione delle intenzioni, delle eventuali contraddizioni, degli interessi dietro una certa posizione dentro una certa questione sociale.
Il dialogo a volte aiuta anche l’altro a capirsi e spiegarsi meglio. Il dialogo affina il linguaggio di tutte le parti in causa.
Attraverso il dialogo, se questo procede dopo una prima fase conoscitiva, si possono trovare, di volta in volta, spazi per trovare soluzioni a problemi condivisi o comunque negoziazioni accettabili.
La seconda parola chiave è processo, ossia attenzione a quello che una certa azione sociale produce senza farsi condizionare da risultati attesi in principio. Gli elementi di processo che sono presi in considerazione sono: l’orizzontalità delle relazioni in campo, il progressivo avanzamento dei deboli nelle negoziazioni, l’allargarsi delle relazioni in termini numerici e qualitativi. Chiaramente, spesso, anzi sempre questa attenzione fa sì che le attività di “Popoli in Arte” risultano difficilmente finanziabili da enti e istituzioni che chiedono risultati misurabili oggettivi in poco tempo (per esempio due anni). In processi vitali due anni sono molto pochi. Facciamo un esempio pratico. Quando nel 2013 si è preso in affitto il locale di via Galilei a Sanremo oggi di nostra proprietà e divenuto spazio sociale “Le ceste” avevamo intenzione di andare nella direzione del laboratorio e spazio sociale, ma ciò si è realizzato compiutamente solo dal 2023 ossia in un tempo di dieci anni. Un tempo del tutto inaccettabile secondo la logica dei progetti e noi spesso avanziamo anche molto piano perché il nostro numero è ridotto e le risorse quasi nulle.
L’analisi del processo in corso spesso, poi, ci aiuta a capire quanto siamo piccoli e quanto poco possiamo muovere intorno a noi e questo ha smesso di frustarci da molti anni, ma ci ha spinto a progettare con sempre più concretezza.
Ne deriva che si lavora per la coscientizzazione, grande parola freiriana, quella per cui chi è dentro una questione sociale o anche qualunque cittadino sia sempre più consapevole di cosa si muove intorno a lui e anche in lui. Negli anni abbiamo sperimentato che i processi di coscientizzazione possono trovare orecchie attente soprattutto tra gli operatori sociali, volontari, insegnanti, ma possono rimanere processi mentali senza cambiare abitudini o senza spingere all’impegno, almeno nel mondo occidentale. Al contrario, di solito in contesti strutturalmente poveri più facilmente chi comincia un processo di coscientizzazione lo trasforma in azione.
Segue appunto la parola “trasformazione sociale”: anche in modo piccolissimo ogni attività di “Popoli in Arte” è volta verso la trasformazione sociale, cioè una maggiore giustizia sociale. In questo senso, tranne pochissime eccezioni, “Popoli in Arte” non finanzia progetti individuali e attività che ricadono sui singoli come singoli, ma sempre come singoli dentro un gruppo, comunità, collettivo. Si crede davvero che l’individuale ha senso nel collettivo e viceversa e mai separatamente, altrimenti si muoverebbero “transformazioni individuali”. Si è sviluppata nel tempo una forte sensibilità a cogliere anche segnali minimi di trasformazione, nella logica appresa dai poveri per cui sempre “uno” è meglio di “zero” e “uno” vale già un positivo “uno”, in qualunque contesto.
La parola “responsabilizzazione” è una parola di peso che anche Freire usa a conclusione dei processi educativi. E’ la parola più impegnativa, ma ancora quella che orienta il nostro operare. Ecco che negli anni, a parte poche sperimentazioni iniziali, in ogni contesto in cui ci siamo inseriti abbiamo individuato o a volte accidentalmente incontrato gruppi e singoli che sono diventati la nostra controparte e con cui si continua a lavorare insieme. Così non molti magari sono stati sostenuti, ma moltissimi di cui si è sempre conosciuta direttamente la storia e con cui c’è stato uno scambio vero e proprio.
A volte ci è anche capitato che persone meno coscientizzazione sono più responsabili verso gli impegni e noi accogliamo tutto quello che è “più” rispetto a quello che è meno perché attendere di essere perfetti paralizza e non abbiamo paura di procedere in modo semplice, a volte reindirizzando il lavoro quando occorre.
Negli anni, i mezzi per intervenire nelle situazioni sociali in cui siamo impegnati sono esperienze culturali ed artistiche dal basso, attività manuali, solidarietà quotidiane e laddove non lavoriamo direttamente noi ma tramite partner denaro che finanzia altrettante esperienze culturali ed artistiche dal basso, attività manuali, solidarietà quotidiane.